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Eccolo lì Enea, a urlare le parole di una canzone della Mannoia, sventolando una bandiera della
pace…
Tutto era cominciato alcuni anni prima, quando aveva partecipato ad un flash mob, per
sensibilizzare contro la violenza sulle donne. Da allora non era più uscito da quel piccolo
movimento, perché sentiva che quello era il suo posto, la sua parte da giocare, ciò che,
probabilmente, avrebbe voluto fare da tempo, ma per timidezza, apatia, pigrizia o altro, non era
ancora mai riuscito a fare.
Ma cosa c’era di particolare in quel gruppo che era riuscito a farlo sconfinare da una piacevole
confort-zone fatta di lavoro, casa, famiglia e qualche interesse, coltivato senza neanche troppa
enfasi?
Erano un “cerchio”, così si definivano nei loro incontri settimanali, formato da una quindicina di
persone: età, professioni, vite diverse…ma tutte accomunate da qualcosa: il dolore provato e vissuto
come vittime…e/o, in parte, come carnefici. Karine era la loro leader: era stata lei a credere
fermamente nell’ipotesi che loro, persone così provate, potessero avere dentro una così grande
energia propositiva e che, insieme, potessero riuscire a dargli un senso e una forma del tutto nuova.
C’era chi veniva da storie toccate soltanto di striscio dal dolore, avendolo sentito come un’eco, un
vento fastidioso, un urto che dà una spinta e fa barcollare un attimo, prima di ritrovare un equilibrio,
almeno apparente; altre storie, invece, si trascinavano un dolore che era entrato in maniera
dirompente e devastante nella vita o anche silente e subdola, di recente o, più spesso, anni e anni
prima, lasciando segni che non era possibile, in nessun modo, nascondere o ignorare.
Ogni racconto di quelle sofferenze, nelle testimonianze riportate durante gli incontri, era un grido di
disperazione, spesso solo sussurrato, nel silenzio della stanza. I respiri, i sospiri, gli occhi lucidi e le
lacrime contornavano quel dolore che si materializzava nel ricordo di una violenza, un abuso, un
sopruso, un tradimento, una colpa. La luce tenue era squarciata, nei pensieri di chi ascoltava, dalle
immagini vivide di ciò che veniva raccontato; cambiare posizione sulla sedia era un tentativo per
distanziarsi o avvicinarsi ulteriormente a ciò che si ascoltava, ma quelle storie non le si sarebbe
dovute sentire, perché nessuno avrebbe mai dovuto viverle.
Eppure tutte quelle lacerazioni dell’anima erano lì per concretizzarsi in qualcos’altro e prendere
nuova luce; erano lì per essere cicatrizzate, non cancellate, sepolte o dimenticate, ma superate per
provare ad essere altro e a farlo insieme ad altra gente a cui il dolore aveva fatto compagnia!
Enea si sentiva uno che sì, il dolore lo aveva visto e sentito, provato, ma dal quale non era mai stato
travolto in modo devastante; in questo si viveva quasi un miracolato, soprattutto quando,
percependo la sofferenza che traspariva negli altri, si chiedeva se e come fosse possibile tutto ciò.
Ma sapeva che era possibile…eccome! E, in qualche modo, sapeva che essere lì significava
qualcosa di forte anche per lui.
Il gruppo era sempre più attivo e coeso e le iniziative che realizzava e a cui partecipava
cominciavano ad aumentare: le piccole performances portate nelle piazze, attiravano persone, non
sempre troppo numerose, che, comunque, seguivano, applaudivano, ringraziavano e, non di rado,
chiedevano informazioni o, forse, in modo più o meno velato, un aiuto. L’idea di sensibilizzare
verso le tematiche delle vittime di violenza, nelle sue varie sfaccettature, portò a spingersi anche in
piazze lontane dal paese. Autotassandosi, ovviamente, ma con lo spirito sereno di volerlo fare e
sentendosi bene nel farlo.
E tra i posti in cui si scelse di andare, durante quei vari mesi che scorrevano parallelamente a ciò
che avveniva, spesso drammaticamente, nel mondo, ce ne fu soprattutto uno che si ritenne quanto
mai opportuno raggiungere.
Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio del 2023 si era consumata, su una spiaggia a pochi chilometri da
Crotone, una tragedia: l’ennesima tragedia del mare.
Un numero indefinito di persone, migranti trasportati da un’imbarcazione precaria, avevano
naufragato a poche decine di metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro.
94 furono i corpi recuperati, 54 i superstiti, mentre incerto restava il numero dei dispersi. Un
episodio sconvolgente per la sua tragicità e la sua assurdità, quanto e più di altri naufragi di
imbarcazioni di migranti, perché avvenuto a pochissimo dalla terraferma, dalla salvezza da un mare
agitato tanto quanto le polemiche seguite in quei giorni, riguardo a ciò che si poteva fare, si doveva
fare, andava fatto e non era stato fatto, per salvare quelle persone.
Quelle vittime…non del mare.
Un paio di settimane dopo era stata organizzata una manifestazione nazionale lì a Cutro e non andarci sembrava impossibile.
In quella piccola località della Calabria si radunarono alcune migliaia di persone, con bandiere,
cartelloni, striscioni…e tanto dolore.
Ci si fermò sulla spiaggia che non era riuscita ad accogliere quelle vite disperate, guardando il mare
che ne aveva trattenute la maggior parte.
Nel gruppo, nessuna voglia di fare la performance che, prima di partire, si era ipotizzato di attuare:
c’era solo da restare lì a guardare, pensare,…piangere.
La mattina successiva il gruppo si recò presso il palazzetto dello sport di Crotone, dove era stata
allestita la camera ardente con le bare di molti dei corpi recuperati. Un’immagine devastante: quelle
casse contenevano i corpi di uomini, donne, bambini e bambine; gente partita con una speranza e
morta nella disperazione di una notte senza giorno.
Anche lì poche parole, altro dolore, altra rabbia. E un silenzio, interrotto da sospiri, qualche
singhiozzo e dalle urla disperate di una donna che piangeva su una bara.
Enea pensò di contarle, ma non riuscì ad andare oltre l’uno: “uno, uno, uno, uno,…”; dentro ogni
cassa c’era una persona, una vittima, non un numero! Persone che, anche loro, avevano provato a
sconfinare, ad andare oltre la miseria, la violenza, la precarietà, l’ingiustizia e si erano, invece,
ritrovate oltre il confine della vita, diventando un episodio di cronaca, da ricordare come un
qualsiasi altro avvenimento drammatico in un mondo sbagliato.
“Ognuno gioca la sua parte in questa grande scena, ognuno i suoi diritti, ognuno la sua schiena,
per sopportare il peso di ogni scelta, il peso di ogni passo, il peso del coraggio, il peso del
coraggio!”
Ed ora, a distanza di vari mesi eccolo lì, appunto, Enea, a urlare le parole di quella canzone,
sventolando una bandiera della pace, insieme alle persone del gruppo: alcune, nel frattempo, sono
andate via, altre sono subentrate, ma la convinzione e la forza sono le stesse. Le guerre,
drammaticamente, continuano, le tragedie in mare anche, così come le violenze sulle donne e tutte
le altre tantissime situazioni di dolore che collezionano vittime, a volte, addirittura inconsapevoli.
E né Enea, né nessuna delle persone che è con lui pensa di poter riuscire a cambiare il mondo
semplicemente scendendo in piazza, manifestando la propria voglia di dire, “non ci sto!”, “non
sono d’accordo!”, “così non si può andare avanti!”…ma tutti continuano a seguire quell’assurdo e
fantastico ideale, sapendo che ci si può e deve provare, mettendoci la faccia e che anche farlo in
questo modo è un tentativo.
E quando dovesse succedere che quel gruppo smetterà, per chissà quale motivo, di portare in giro
per le piazze il suo movimento di sensibilizzazione, tanto Enea quanto ogni altra persone che ne
avrà fatto parte, saprà quanto valore, nella propria vita, avrà avuto quello “sconfinarsi”.